Napoli – “Il volontario ha l’informalità del vicino di casa, è l’amico di buona volontà, è chi aiuta e non si tira indietro e per questo ottiene risultati forse migliori della classica figura di assistente sociale, vista sempre con una certa diffidenza”. Così Giuseppe De Stefano, presidente del Centro servizi per il volontariato di Napoli e provincia, a margine della giornata dedicata all’integrazione il 13 giugno scorso, in piazza Dante.
Presidente ci spieghi brevemente cos’è il Csv.
Al Centro servizi per il volontariato aderiscono 16 tra le più grandi associazioni di volontariato presenti in Campania, più di 300 in totale, ma ne abbiamo censite circa 1.300 su tutto il territorio provinciale. A Napoli è nato circa 5 anni fa, ma i Centri per i servizi al volontariato sono stati istituiti con la legge 266 del ’91 e sono finanziati da quindicesimo dei proventi delle Fondazioni bancarie. Tra i compiti del Csv vi sono la creazione di una rete tra le organizzazioni che operano nel sociale, la facilitazione degli incontri con gli utenti e l’intermediazione con le istituzioni; oltre che la loro promozione. Ma ci occupiamo anche di formazione, perché non basta la buona volontà per salvaguardare la dignità umana.
E su questa giornata in piazza Dante “Tutti diversi… tutti uguali”…
Crediamo che la questione dell’immigrazione da conflitto debba diventare momento di coesione e con i servizi offerti dalle associazioni che operano sul nostro territorio – accoglienza, alfabetizzazione, sportelli informativi - puntiamo alla massimizzazione dell’integrazione. Quest’anno abbiamo deciso di organizzare tanti piccoli momenti di incontro, a differenza degli altri anni. Oggi abbiamo scelto di affrontare il tema dell’integrazione, perché ci sembra doveroso vista la linea politica dell’attuale Governo, ma sono davvero tante le fasce deboli che hanno bisogno di attenzione, gli anziani quanto i bambini. Ma anche i giovani sono da considerarsi una categoria a rischio e con le nostre strutture, cerchiamo di accudirli, offrendogli impegni civici e soddisfazioni. Di fatto diventiamo punto di riferimento per molti di loro in tante città e quartieri.
In piazza Dante - luogo prescelto per l’incontro dei tre vertici del triangolo virtuoso: associazioni, utenza e istituzioni – hanno disertato proprio gli esponenti del Comune e della Regione. Se lo aspettava?
Noi non ci scoraggiamo anche se è un problema serio. C’è stata comunque una buona affluenza di soggetti appartenenti alle Comunità di extracomunitari, ma anche di media e di cittadini. Il territorio non è sordo ai nostri messaggi, anzi, il volontariato è sentito e avvertito dalla gente, forse più che dalla stampa. Il volontario ha l’informalità del vicino di casa, è l’amico di buona volontà, è chi aiuta e non si tira indietro e per questo ottiene risultati forse migliori della classica figura di assistente sociale, vista sempre con una certa diffidenza. Noi siamo le antenne sul territorio.
Disponete di dati e analisi sulla crisi che sta investendo l’Italia e maggiormente il Mezzogiorno? Secondo le ultime rilevazioni Istat Napoli è tra le città con i più alti livelli di disoccupazione e povertà.
Alle mense della Caritas non c’è più distinzione tra numero di italiani e di immigrati, ma nemmeno di età. Non voglio azzardare numeri ma le presenze sono più che raddoppiate, tanto da mettere in crisi le strutture del volontariato. Abbiamo commissionato un’indagine che presenteremo nei prossimi mesi. Ad oggi, l’unica risposta seria è il ‘Fondo di garanzia’, promosso dalla Cei con il concorso operativo dell’Associazione bancaria italiana: un prestito di 500 euro mensili, per due anni, per le famiglie in difficoltà individuate dalla Caritas.
Iris Network, l’Istituto di ricerca sull’impresa sociale, ha fotografato una realtà poco reattiva alla legge 118, che dal 2005 offre la possibilità di diventare imprese anche alle associazioni che si occupano di sociale. Secondo lei perché?
Le imprese del terzo settore non sono una novità assoluta, già le cooperative nascono con soci volontari e altri lavoratori. È chiaro che la presenza di soggetti con queste qualificazioni apre la possibilità di accedere a gare d’appalto, opportunità che le semplici associazioni non hanno. Il Csv di Napoli non avendo usufruito dei fondi spettanti dal ’91 ha deciso, infatti, di utilizzarli proprio per la creazione della Fondazione Sud, che si occupa del sostegno ai soggetti che vogliono costruire imprese sociali, oltre che per la perequazione sociale. Ma in questo momento storico le difficoltà di fare impresa sono le medesime delle altre. Le istituzioni sono in difficoltà per via dei tagli governativi – vedi quello che succede con le case famiglia, che non accettano più bambini perché da mesi non vengono pagate –, figuriamoci quanto è difficile che il volontariato in queste condizioni diventi impresa. Abbiamo bisogno soprattutto di volontariato se non vogliamo che crolli il sistema sociale.
Raffaella Maffei